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Tumori dell'ovaio ed al collo dell'utero: il pericolo delle diagnosi tardive. L' 80% è i


Dr.ssa Cassani, Ginecologa Pavia

Il tumore all'ovaio è una malattia femminile insidiosa: l'80% delle diagnosi avviene infatti in fase avanzata e va garantito un adeguato percorso diagnostico e terapeutico.

Otto donne su dieci colpite ricevono dunque la diagnosi molto tardi quando una ricomparsa della patologia entro i primi due anni dalla fine dei trattamenti è altamente probabile. Diventa quindi fondamentale incrementare il numero di diagnosi tempestive che possono avvenire attraverso uno screening preventivo mediante i controlli ginecologici, sia clinici che ecografici, di routine.

La malattia in stadio iniziale non presenta sintomi specifici. Solo quando è in fase avanzata si manifesta attraverso perdita di appetito e problemi digestivi, gonfiore o dolore addominale. Anche per questo, i tassi di sopravvivenza registrati per la neoplasia dopo cinque anni sono ancora bassi.

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Nel 2017 in Italia sono previsti 5.200 nuovi casi di tumore dell'ovaio

Numerosi studi hanno dimostrato che l'età e l'infertilità sono tra i principali fattori di rischio, mentre la pillola contraccettiva svolge un effetto protettivo che varia in base al durata d'assunzione.

Va ricordato che si tratta di una malattia influenzata da fattori ereditari: fino al 10% di tutti i casi è dovuto all'alterazione di due geni, BRCA-1 e BRCA-2. La presenza di queste mutazioni può favorire l'insorgenza di cancro all'ovaio e al seno.

In presenza di recidiva, in assenza di cure risolutive è quindi fondamentale poter offrire una terapia di mantenimento. In quest'ambito un grande contributo dà una nuova classe di farmaci, gli anti-PARP, che hanno dimostrato di aumentare significativamente la sopravvivenza libera da progressione della malattia".

Tumore del collo dell'Utero

Il tumore della cervice (o collo) dell'utero e i numeri della sua diffusione raccontano molto chiaramente una storia di progresso e insieme di disparità. Spiegano come le differenze di accesso a strumenti di prevenzione possano scavare solchi profondi fra le prospettive di vita dell'una o dell'altra donna.

E', per incidenza, secondo solo al tumore alla mammella

Qualche numero

Nel mondo, il tumore cervicale colpisce quasi mezzo milione di donne l'anno

E fa 270.000 vittime, quasi tutte in paesi a basso reddito.

I sintomi del tumore al collo dell'utero possono essere del tutto assenti, oppure così lievi e sfumati da passare completamente inosservati. Mano a mano che il cancro alla cervice uterina progredisce, diminuendo le possibilità di cura, possono comparire i tipici sintomi della malattia: sanguinamenti dopo un rapporto sessuale e leggero dolore durante lo stesso, perdite vaginali acquose o sanguinolente talvolta di odore sgradevole, dolore alla regione pelvica, sanguinamenti vaginali al di fuori del periodo mestruale o dopo la menopausa.

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In Italia il dato del 2012 parla di 1.515 nuove diagnosi e 697 decessi (Istituto superiore di sanità). Il numero di nuovi casi, l'incidenza, per fortuna scende da quarant'anni a questa parte: da 14 a 4 donne ogni centomila.

La differenza? L'hanno fatta due scienziati ostinati.

Il primo è Georgios Papanicolaou che negli anni prima della seconda guerra mondiale scoprì che da un prelievo di cellule vaginali si poteva identificare un tumore cervicale. Divenne il primo e forse tuttora più efficace e semplice strumento di prevenzione oncologica: il Pap test.

Diversi anni più tardi Harald Zur Hausen si convinse di poter provare ciò che da tempo si sospettava, ovvero che dietro al tumore cervicale ci fosse un'infezione a trasmissione sessuale. Cercò con pazienza tracce significative di Dna virale nelle cellule indiziate. Nel 1983 descrisse il primo ceppo di papillomavirus responsabile di tumore cervicale e 25 anni dopo andò a ritirare un premio Nobel.

Oggi sappiamo che una quindicina di essi sono implicati in varie forme di cancro (la quasi totalità dei tumori cervicali, più altri tumori dell'area anogenitale e dell'orofaringe). È un virus molto comune fra le persone sessualmente attive e nella gran parte dei casi l'infezione si risolve senza dar segni di sé. In alcuni casi però il virus può permanere nell'organismo e, nel tempo, dare luogo a alterazioni delle cellule in senso tumorale.

Gli screening

Si stima che il Europa il solo Pap test abbia abbattuto dell'80 per cento il rischio di sviluppare questo tipo di tumore.

Lo striscio infatti permette di rilevare lesioni pretumorali e quindi di arrivare davvero prima che la neoplasia si sviluppi. Il tasso di mortalità per tumore della cervice nel 1980 era di 7 donne su centomila l'anno in Italia, oggi è di due su centomila.

Sebbene vi siano delle differenze nella consapevolezza dell' importanza dello screening con Pap test, e di recente con HPV test , essi non solo sono offerti a tutte le donne fra i 25 e i 64 anni, a cadenza triennale (due su tre aderiscono all'invito) nell'ambito del SSN, ma quasi altrettante donne eseguono spontaneamente i controlli anche al di fuori dei programmi organizzati.

La vaccinazione

Proprio la possibilità di isolare i "colpevoli" della malattia ha permesso di mettere a punto uno strumento di prevenzione estremamente mirato: il vaccino.

Disponibile in varie formulazioni attive contro due, quattro o oggi nove tipi di papillomavirus, il vaccino contro l'HPV è proposto e offerto gratuitamente a ragazze e ragazzi nel dodicesimo anno d'età, il momento ottimale, secondo gli esperti.

L'estensione dell'offerta anche ai maschi è una novità dell'ultimo Piano vaccinale e il motivo è la possibilità di limitare la diffusione del virus (anche il partner maschile è responsabile del contagio), ma anche di prevenire un'ampia gamma di malattie che possono colpire proprio i maschi, come i condilomi, la papillomatosi respiratoria ricorrente, le lesioni pretumorali di ano, pene, orofaringe.

Studi pubblicati su Lancet, su oltre 14.000 ragazze ha confermato che il vaccino ha consentito di prevenire infezioni, anomalie citologiche, lesioni di grado elevato e procedure cervicali ginecologiche.

Ma è sicuro?

Ciononostante, a dieci anni dalla prima vaccinazione contro il papillomavirus in Italia, le coperture non sembrano prendere piede, anzi, sembrano in contrazione, tra il 56 e 70%. Ben al di sotto della soglia ottimale prevista del 95%.

Non per l'efficacia della vaccinazione in sé, che dopo decenni di applicazioni nel mondo e oltre 200 milioni di dosi somministrate ha dato buona prova di sé sia sul piano dell'efficacia sia su quello della sicurezza.

Il tema è piuttosto la diffidenza o la sottovalutazione verso una vaccinazione a volte ritenuta non necessaria o addirittura pericolosa.

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